III. CASI PRATICI NEL SETTORE MODA

Il presente capitolo è suddiviso in 2 paragrafi con relativi sottoparagrafi:

3.1 Il binomio moda-publisexisme

3.2 I casi

3.2.1 Dolce & Gabbana: pronuncia del Giurì 105/1990

3.2.2 Dolce & Gabbana: ingiunzione del Giurì 29/2007

3.2.3 Relish: ingiunzione del Giurì 07/2009

3.1 Il binomio moda-violenza

Il compito dell’autodisciplina si è dimostrato particolarmente impegnativo in riferimento a determinati settori merceologici, in primis quello della moda e specificatamente in riferimento a note marche di abbigliamento. I casi, seppur non numerosi, hanno fin da subito ricoperto una posizione di rilievo nella trattazione della problematica, legando inevitabilmente la rappresentazione della violenza in pubblicità alla promozione del messaggio pubblicitario di moda. Analizziamo qui la pronuncia del Giurì 105/1990 e l’ingiunzione 29/2007 entrambe riguardanti due delle campagne pubblicitarie promosse da D&G. A queste si deve aggiungere l’ingiunzione 07/2009 pronunciata nei confronti delle affissioni facenti parte della campagna di Relish.

Sembra che soprattutto le case di moda si lascino travolgere da questo meccanismo strategico di shock del consumatore/fruitore. Per raggiungere questo scopo, il tema deve essere sufficientemente delicato, o a tinte forti, da provocare una profonda risonanza a livello psicologico e sociale e da creare lo scandalo per attirare l’attenzione sul marchio (Giurì 161/1993).

Le case di moda si lasciano spesso andare a messaggi chiaramente provocatori, o per il contenuto o per le modalità, allontanandosi il più possibile dalla classica rappresentazione del prodotto. Questo tipo di campagna pubblicitaria è spesso composta da immagini non convenzionali e scioccanti che implicano tematiche a sfondo sessuale o espressioni volgari al limite del cattivo gusto che, lungi dall’essere frutto della libertà di espressione del pensiero, costituiscono semplicemente un’offesa alla sensibilità del consumatore.

Se la trasgressione sembra essere la nuova tendenza pubblicitaria, è compito dell’ordinamento primario ma soprattutto dello IAP, alla luce di quanto visto, evitare il degrado selvaggio dello stile pubblicitario. Soprattutto davanti all’evidente inesistenza di giustificazioni interne o esterne alla campagna pubblicitaria stessa, o di finalità strettamente connesse al messaggio in nome dell’esigenza di corretta comprensione da parte del pubblico.

Questo tipo di pubblicità a tinte forti è oltretutto suscettibile di gettare discredito sul fenomeno pubblicitario in quanto tale (giurì 99/01). Soprattutto a causa della distinzione sempre più lieve che contraddistingue una raffigurazione volgare da un’altra che non lo è. In merito alla distinzione in oggetto, si segnala come in ambito autodisciplinare il limite fra cattivo gusto e offesa del comune sentire sia già stato trattato dal Giurì nella sentenza 165/1998. Parallelamente la sentenza 107/1996 tratta il principio della dignità umana e il limite del cattivo gusto. Senza contare che queste pubblicità risultano offensive in base ai sentire comune perché finiscono per risultare aggressive e insultanti nei confronti dei destinatari. A tal proposito si veda anche la pronuncia del Giurì 377/99 che illustra come il messaggio pubblicitario non debba mai suscitare un sentimento di ripugnanza o indecenza.

A questo proposito la dottrina condanna quei soggetti che propongono tali contenuti pubblicitari “indossando l’armatura di chi svolge una battaglia contro i tabù e l’ipocrisia e di chi porta avanti un discorso liberatorio [24]”. Vedremo come gli autori delle seguenti campagne pubblicitarie abbiano contestato le decisioni del Comitato di controllo difendendo le proprie pubblicità in qualità di opere d’arte e per questo soggette alla tutela costituzionale dell’art. 33. In realtà la dottrina ci mostra come il binomio pubblicità-arte venga smentito poiché “raramente l’opera creata per la pubblicità commerciale persegue finalità artistiche in senso puro [25]”. Ad essa andrebbe aggiunto che qualsiasi opera pubblicitaria dal contenuto non ammissibile, “pur se connotata dal più ampio valore artistico dovrà sempre considerarsi procurata ad un pubblico di minori e, siccome non a scopo di studio, non coperta dalla scriminante in questione [26]” vedasi nuovamente l’art. 33 Cost.

3.2 I casi

A tal proposito si ricordano i tre casi che andremo ad analizzare: le campagne del 1990 e del 2007 di Dolce & Gabbana alle quali si aggiunge la campagna del 2009 di Relish, altrettanto noto marchio di abbigliamento femminile. È evidente come si tratti di “campagne pubblicitarie promosse da note marche di abbigliamento, accomunate dalla predilezione per messaggi chiaramente provocatori, vuoi per il contenuto ideologico suggerito, vuoi per i modi di rappresentazione prescelti [27]”.

I casi sono stati trattati dal Giurì dell’autodisciplina pubblicitaria che ha riscontrato nella totalità delle campagne pubblicitarie la violazione degli artt. 9 e 10 del Codice di autodisciplina pubblicitaria. È da notare come l’unione dei due articoli copra perfettamente il tema della violenza sulla donna. Le pubblicità che analizzeremo si trovano in contrasto con l’art. 9 ai sensi del quale “la comunicazione commerciale non deve contenere affermazioni o rappresentazioni di violenza fisica o morale” e l’art. 10 dove si specifica che “la comunicazione commerciale deve rispettare la dignità della
persona umana in tutte le sue forme ed espressioni”.

3.2.1 Dolce & Gabbana: pronuncia del Giurì 105/ 1990

La prima pronuncia nei confronti di Dolce & Gabbana in tema di rappresentazioni violente ai danni delle donne risale al 1990. Nello specifico la pronuncia n. 105 del 25 settembre 1990 sanziona una pubblicità tabellare a mezzo stampa comparsa sul Corriere della sera il 9 luglio 1990 nell’ambito della campagna pubblicitaria riferita alla collezione autunno-inverno 1990-91. Nello specifico la suddetta pubblicità rappresenta una scena in cui un uomo a torso nudo afferra in maniera brutale con la mano il viso di una giovane donna, la quale reagisce con una smorfia di dolore [28]. La pubblicità tabellare raffigura a tutti gli effetti una donna immobilizzata e soggetta al potere nonché al volere dell’uomo.

Il parere del Comitato di Controllo è che la presente pubblicità costituisca a tutti gli effetti la rappresentazione di una violenza fisica tale da urtare la sensibilità del pubblico. Un aggravante, come precedentemente illustrato, è costituita dalla totale estraneità della rappresentazione al prodotto pubblicizzato. È stato di fatti più volte accettato l’impiego di immagini violente se inerenti all’utilizzo o alla funzionalità del prodotto. Di fatti lo stesso Comitato di controllo ricorda nella presente pronuncia come le rappresentazioni volgari o di violenza siano state giustificate dal giudice autodisciplinare solo nella misura in cui sono funzionalmente necessarie per la descrizione della natura o del prodotto pubblicizzato (Giurì 105/1990 [29]). In questo caso si riscontra l’assenza di una giustificazione dal punto di vista comunicazionale strettamente legata alle finalità della campagna pubblicitaria. Il comitato di controllo ribadisce nella pronuncia del 1990 la precisa intenzione provocatoria allo scopo di sfruttare le reazioni del pubblico per incrementare l’efficacia del messaggio.

Al seguente parere risponde in rappresentanza di Dolce & Gabbana l’avvocato Nicola Roverso. La casa di moda basa la propria difesa sulla preservazione di una presunta filosofia e creatività del marchio che si fonderebbe da sempre su “una concezione dell’immagine maschile e femminile come passionale, focosa e decisamente mediterranea” (in Giurì 105/1990). In particolare si tenta di naturalizzare l’uso della violenza nell’impeto della passione scaturente dall’incontro fra uomo e donna. Si procede dunque nel sostenere che con la presente pubblicità Dolce & Gabbana non ha mai voluto rappresentare una violenza gratuita e fine a sé stessa. Infine se ne richiede l’assoluzione per inconsistenza di reato.

Nel suo intervento l’avvocato Roversi tenta anche di dimostrare un collegamento fra il messaggio veicolato e il prodotto commerciale pubblicizzato, collegamento già messo in discussione dal Comitato di controllo e più genericamente anche dalla dottrina [30]. A questo proposito, si noti come quei messaggi pubblicitari che utilizzano tematiche forti che non hanno nessuna attinenza con il prodotto pubblicizzato siano proprio quel tipo di messaggio che getta discredito sulla pubblicità. Per quanto riguarda la specificità del settore merceologico, si consideri come l’ “utilizzo di elementi o riferimenti di carattere sessuale in messaggi pubblicitari relativi a prodotti di abbigliamento è stato più volte sottoposto al giudizio del Giurì che ha, nella quasi totalità dei casi, ritenuto tale utilizzo del tutto arbitrario e gratuito, in quanto comunque estraneo all’indole di tale tipologia di prodotto [31]”. Nonché la coerenza dello stesso con la filosofia del marchio precedentemente espressa è messa in discussione dallo stesso messaggio pubblicitario. Di fatti risulterebbe difficile promuovere il settore abbigliamento quando i personaggi ritratti sono per di più svestiti, per esempio l’uomo è  torso nudo.

Il Comitato di controllo ribatte l’esplicita violazione degli artt. 9 e 10 del CAP confermando come nella presente pubblicità venga rappresentato un gesto di sopraffazione e violenza nei confronti della donna in un contesto che non solo non promuove il prodotto commerciale e non ha niente a che vedere con esso, ma oltre tutto prescinde anche una qualsiasi rappresentazione di situazione amorosa standard. Tanto che nella sua pronuncia il Comitato di controllo parla di “coercizione ingiustificata, sia fisica che morale, nei riguardi della donna, che offende le convinzioni morali e civili dei cittadini e non rispetta certo la dignità della persona umana” (Giurì 105/1990).

Sostenendo la rappresentazione di relazioni normalmente intese, l’autodisciplina si oppone alla promozione di tutte quelle rappresentazioni che incentivano rapporti “eccessivamente devianti rispetto alle normali manifestazioni di tipo affettivo/sessuale” (Giurì 62/89). Il che si concretizza nello specifico divieto di rappresentare una sessualità distorta, in qualità di un comportamento eccessivamente deviante rispetto al concetto di normalità. Secondo il sentire comune risulta di fatti inaccettabile acconsentire la concezione di un rapporto amoroso che comprenda la sopraffazione dell’uomo sulla donna. Ai sensi dell’articolo 10 del CAP si condannano tutti quei messaggi che mostrino asservimento, mercificazione, reificazione o disumanizzazione della persona.

La promozione di condotte trasgressive tramite modelli imitativi è altamente diseducativa, non promuove l’uguaglianza di genere e urta la sensibilità della collettività. Alla luce di queste riflessioni la presente pubblicità viola gli artt. 9 e 10 del CAP. Di fatto il Comitato di controllo promuove la condanna dei quei messaggi che discostano da ciò che la comunità percepisce come normale, soprattutto in nome del fatto che l’esposizione al messaggio pubblicitario è spesso involontaria.

3.2.2 Dolce & Gabbana: ingiunzione del Giurì 29/ 2007

La campagna pubblicitaria di Dolce e Gabbana presente sui mezzi di informazione rischia di rappresentare un’apologia dell’uso della violenza nei confronti delle donne [32]”

La presente ingiunzione nei confronti di Dolce & Gabbana risale al febbraio 2007. Nello specifico l’ingiunzione n. 29 del 21 febbraio 2007 fa riferimento, come nel caso precedentemente analizzato, ad un tipo di pubblicità tabellare a mezzo stampa comparsa sul Corriere della Sera il 5 febbraio 2007. Il messaggio, che dovrebbe reclamizzare gli indumenti del noto marchio, mostra in primo piano una donna bloccata a terra per i polsi da un uomo a torso nudo. Intorno figurano altri quattro uomini che assistono impassibili alla scena [33]. L’attenzione è tutta concentrata sulla donna e sull’uomo in primo piano. Lo sguardo della donna è assente ed evita lo sguardo dell’uomo. L’immagine non rappresenta direttamente una scena di violenza fisica, ma l’interazione dei vari elementi fa presuppore che si stia rappresentando uno stupro di gruppo, o perlomeno quel momento antecedente lo stupro.

Il Comitato di controllo ha ritenuto l’immagine pubblicitaria in oggetto come lesiva della dignità della donna. Una campagna pubblicitaria di Dolce & Gabbana viola nuovamente i due articoli individuati a difesa della dignità della donna e contro ogni rappresentazione di abuso o violenza a suo danno: artt. 9 e 10 del CAP. Risulta di fatti evidente lo svilimento della figura femminile che si concretizza in una messa in discussione della dignità della donna, evidentemente difesa dall’art. 10 del CAP. L’assenza di un qualsiasi cenno di assenso trasforma l’immagine in un vero e proprio atto di violenza. La donna è completamente impossibilitata a sottrarsi a ciò che accade e deve dunque accettare passivamente la potenza maschile, facendo di nuovo riferimento all’idea di sopruso. La presenza di violenza fisica pone il messaggio pubblicitario in contrasto con l’art. 9 del CAP.

Oltre a non proporre modelli positivi, la pubblicità ammetterebbe l’uso della forza nel relazionarsi con le donne, il che costituisce di nuovo un attentato alla dignità della donna e ai suoi diritti fondamentali. Oltretutto promuove dei comportamenti deviati e trasgressivi che compromettono la tutela del consumatore. Per questo si ricorda che il Comitato di controllo si occupa di condannare l’utilizzo di “qualsiasi immagine o messaggio deviante rispetto a quanto dalla comunità percepito come normale [34]”.

In propria difesa i due stilisti hanno sostenuto che “tutte le campagne pubblicitarie rientrano nelle forme d’arte e quindi nel tema delle libertà artistiche [35]”. Nelle proprie dichiarazioni aggiungono inoltre che la donna non avrebbe un’espressione sofferente ma compiacente, nel contesto di una rappresentazione che non raffigura uno stupro ma normali effusioni. A questo proposito si ricordi come già nel 1990 la Dolce e Gabbana aveva tentato di difendere una pubblicità parimenti non conforme ai sensi degli artt. 9 e 10 con la filosofia del marchio, notoriamente passionale e mediterranea.

In risposta all’appellarsi dei due stilisti alla tutela costituzionale di cui all’art. 33, si ribatte che per quanto un’immagine pubblicitaria possa possedere le caratteristiche anche di espressioni artistiche notevoli, è totalmente da escludere l’avvicendamento allo status di opera d’arte, in nome della dottrina [36] e soprattutto se si considerano le implicazioni economiche che comporta il fenomeno pubblicitario. A questo proposito si ricorda come non sussista opera d’arte laddove c’è un ritorno economico. A favore di questa tesi la dottrina sostiene che “quando c’è marchio d’impresa non ci può essere libertà di manifestazione del pensiero [37]”. In questo senso si noti come la pubblicità svolga un “servizio di informazione per il pubblico, con speciale riguardo alla sua influenza sul consumatore nello svolgimento del suo ruolo particolarmente utile nel processo economico [38]”.

Si sottolinea ancora una volta come la pubblicità commerciale, nel caso specifico del settore d’abbigliamento, faccia un uso di immagini di carattere sessuale del tutto estranei alla natura del prodotto commerciale pubblicizzato. Tipi di immagini che oltretutto veicolano un significato di relazione distorta e non consona al comune sentire della collettività. Ne consegue un utilizzo del tutto arbitrario nonché gratuito di scene a forte impatto emotivo con l’unico fine di imprimere il marchio nel consumatore approfittandosi dello scandalo creato.

Per quanto riguarda la tutela dei destinatari della pubblicità, si può ben ritenere che la pubblicità in questione sia anche offensiva nei confronti dei destinatari, dato che il pubblico femminile è notoriamente consumatore del prodotto di abbigliamento. Per quanto il grado di tollerabilità dell’offesa dipenda dal contesto sociale, la violenza risulta non tollerabile, indipendentemente anche dai suoi contenuti osceni o volgari. Ed il presente messaggio pubblicitario sembra normalizzare la violenza. Parallelamente potremmo ricordare come nell’ordinamento primario l’art. 14 della legge n. 47 del 1948 punisca tutte quelle raffigurazioni, e in special modo quelle destinate ai fanciulli, che incitino il “disfrenarsi di istinti di violenza e di indisciplina sociale”.

All’accusa di “eccessivo moralismo [39]” mossa dai due stilisti, si ricorda come il Comitato di controllo non si muova come organo censore né tantomeno abbia mai stilato una lista nera di argomenti da censurare. Il Comitato di controllo si occupa piuttosto di analizzare i contenuti delle pubblicità, i valori veicolati e la messa in forma per decidere se tale corpus sia conforme ai principi contenuti nel CAP o meno. Di fatti il codice non vieta la rappresentazione di situazioni a sfondo sessuale quanto piuttosto la rappresentazione di quelle situazioni che possono risultare eccessivamente offensive in merito ai criteri di volgarità, indecenza o rispetto della persona.

3.2.3 Relish: ingiunzione del Giurì 07/ 2009

La presente ingiunzione del 2009 imputa al messaggio pubblicitario della campagna Spring/Summer 2009 la violazione degli artt. 9 e 10 del CAP via pubblicità tabellare esterna. Nello specifico l’ingiunzione 07/2009 del 18 febbraio 2009 sanziona delle affissioni comparse nelle città di Napoli, Roma, Milano, Firenze, La Spezia e Padova nel mese di febbraio 2009.

Nelle varie affissioni, il contenuto del messaggio è unico e mostra due donne fermate e perquisite con modalità violente e svilenti da due agenti in divisa. Il tutto sullo sfondo del Pan de sucre di Rio de Janeiro. Ancora un caso di discriminazione che vede oggetto la donna, fortemente offesa nella propria dignità umana. Le espressioni delle donne, a detta del Comitato di Controllo autodisciplinare, comunicano sofferenza e impotenza davanti alla forza abusatrice dei due agenti. In una delle tre immagini si vede chiaramente un agente che strattona una delle due ragazze mentre l’altra è bloccata a terra con evidente espressione di sofferenza. In una seconda immagine si vedono i due agenti strattonare una delle due ragazze mentre l’altra si mette le mani nei capelli. Contemporaneamente i due uomini mostrano un atteggiamento di aggressività e brutalità. Per di più, nella terza immagine, la mano di uno dei due agenti che si insinua sotto la gonna di una delle due donne costituirebbe una molestia sessuale in quanto palpeggiamento [40]. Il che rende evidentemente il corpo femminile “oggetto di prevaricazione e abuso” (Giurì 07/2009).

Dato il contenuto delle affissioni pubblicitarie, appare evidente la violazione degli artt. 9 e 10 del CAP. Il messaggio pubblicitario in oggetto legittima l’utilizzo della violenza sulla donna ed in sintesi risulta “fortemente offensivo per la dignità umana” (Giurì 07/2009). Questo tipo di immagine propone al pubblico dei modelli aberranti di sottomissione della donna alla potenza maschile e incentiva quella mentalità largamente applicata anche dai pubblicitari contemporanei che, della reificazione della donna, ne hanno fatto quasi un manifesto. A questo proposito si ricorda che nessun diritto alla libertà di espressione o al tornaconto economico può prevalere sul rispetto della dignità della persona [41].

Relish ribatte, al pari di Dolce & Gabbana nei precedenti casi, proponendo una propria filosofia del marchio che mira ad una specifica identificazione del prodotto. Relish tratta abbigliamento femminile e il simulacro della donna Relish in cui si vuole identificare è una donna dinamica, libera e moderna che si diverte a giocare con la propria sensualità. Nel caso specifico il noto marchio in oggetto ed i relativi pubblicitari avrebbero voluto proporre una trattazione ironica della tematica tratta dal film Thelma & Louise [42]. Ancora una volta messaggi pubblicitari mascherati da avanguardia e nascosti dietro “lo stile innovativo e non convenzionale delle linee di abbigliamento reclamizzate [43]”.

Il che preferirebbe neutralizzare quel tipo di approccio da parte dell’uomo, faccia esso parte della forze dell’ordine o meno, nei confronti della donna che lo autorizza all’uso della violenza. Non è opportuno incentivare una mentalità che persegua la reificazione della donna, che finirebbe per esistente soltanto in funzione del piacere altrui.

Se l’offesa nei confronti del consumatore era valida per le precedenti pubblicità, lo è a maggior ragione per la pubblicità Relish in oggetto, in quanto il marchio si rivolge esclusivamente ad un target femminile, generalmente di giovani donne. Il che corrisponde perfettamente al tipo di donna ritratta nella pubblicità che, più che apparire libera e divertita, appare maltrattata e abusata. Quindi essendo che la pubblicità in oggetto costituisce un vero e proprio insulto nei confronti della donna, ed essendo la stessa donna destinataria della campagna pubblicitaria, si può concludere che la pubblicità è a tutti gli effetti anche offensiva nei confronti del consumatore tipo.

__Note Capitolo3__________

[24] M. Bonini, Controllare le idee: profili costituzionali della pubblicità commerciale, Milano, Giuffrè, 2007, pag. 186

[25] M. Fusi, La comunicazione pubblicitaria nei suoi aspetti giuridici, Milano, Giuffrè, 1970, pag. 283

[26] L. Principato, La pubblicità commerciale: fondamento costituzionale e limiti, Napoli, Jovene, 2008, pag. 175

[27] E. Mina, Gli atteggiamenti erotici nella pubblicità, in Il diritto industriale, n. 10/1995, pag. 969

[28] Per l’immagine si veda l’allegato

[29] Per un panorama più completo della giurisprudenza autodisciplinare in materia di violenza si vedano le pronunce 10/71 e 11/88.

[30] Per un’analisi più approfondita della tematica si rimanda a: B. Banorri, Artt. 8, 9 e 10, in U. Ruffolo (a cura di), Commentario al codice dell’autodisciplina pubblicitaria, Milano, Giuffrè, 200; E. Mina, Gli atteggiamenti erotici nella pubblicità, in Il diritto industriale, n. 10/1995, pag. 967 e segg. e M. Fusi, P. Testa, Diritto e pubblicità, Milano, Lupetti, 1991

[31] E. Mina, Gli atteggiamenti erotici nella pubblicità, in Il diritto industriale, n. 10/1995, pag. 970

[32] Comunicato della sezione italiana di Amnesty International CS25-2007. Dal 2004 Amnesty International promuove una campagna mondiale intitolata “Mai più violenza sulle donne”.

[33] Per l’immagine si veda l’allegato

[34] E. Mina, Gli atteggiamenti erotici nella pubblicità, in Il diritto industriale, n. 10/1995, pag. 971

[35] Repubblica, http://www.repubblica.it

[36] L’informazione pubblicitaria ha un rilevo del tutto particolare. Le sue finalità economiche sono tali che fanno escludere che nelle forme espressive della pubblicità si possa ravvisare l’opera d’arte. M. Fusi, La comunicazione pubblicitaria nei suoi aspetti giuridici, Milano, Giuffrè, 1970

[37] M. Bonini, Controllare le idee: profili costituzionali della pubblicità commerciale, Milano, Giuffrè, 2007, pag. 213

[38] Lett. a) delle Norme preliminari e generali al Codice d’Autodisciplina Pubblicitaria

[39] Repubblica, http://www.repubblica.it

[40] Per le immagini si veda l’allegato

[41] A questo proposito si veda l’art. 41 Cost. che tutela la libera iniziativa economica a patto che essa si svolga nel massimo rispetto dell’utilità sociale.

[42] A.A, “Iervolino su relish: la dignità della donna dev’essere rispettata” su http://www.voceditalia.it , 4 febbraio 2009

[43] E. Mina, Gli atteggiamenti erotici nella pubblicità, in Il diritto industriale, n. 10/1995, pag. 971

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