Pur riconoscendo massima libertà espressiva ai messaggi pubblicitari attinenti al settore della moda […] esiste un limite che alla pubblicità non è dato superare: tale limite è rappresentato dalla dignità della persona umana [50]”.

Nel corso dell’elaborato è stato dunque affrontato il perché la rappresentazione discriminante della donna debba essere sanzionata, a maggior ragione se questa rappresentazione comprende un media di massa tale quello della pubblicità. Ma il fine ultimo dell’elaborato è quello di affrontare il modo in cui questo tema venga recepito dall’ordinamento primario italiano, considerando parallelamente il contesto autodisciplinare complementare.

Come anticipato, una delle più grandi difficoltà nella regolamentazione della materia sta proprio nei confini poco definiti che differenzia la pubblicità sessista dalla pubblicità erotica, il cui contenuto non è tacciabile di censura poiché inerente al prodotto. La carenza legislativa in materia di pubblicità, e nello specifico della rappresentazione di violenza ai danni della donna, costituisce l’ipotesi di base che è stata poi confermata dal corpus di norme in rassegna. L’analisi del corpus costituito dalle norme in oggetto non può che evidenziare la coesistenza di due diversi tipi di normative che si occupano di disciplinare la medesima materia. Nonostante l’ordinamento sia duplice e il materiale non scarseggi, dobbiamo concludere che soltanto una piccola parte di esso regola direttamente la materia specifica di rappresentazione di genere discriminante e violenta.

In conclusione l’apporto dell’ordinamento alla regolamentazione della materia specifica è fondamentale, in quanto ne getta le basi generali, ma allo stesso tempo non esaustivo. Ciò nonostante non rientra nei fini dell’elaborato rispondere all’interrogativo su quale sia l’esigenza di tale dualismo e su quali siano i motivi della carenza legislativa. Soprattutto le recenti iniziative mostrano come questa violenza mediatica sia combattuta con dei mezzi insufficienti, ovvero una legislazione carente, e come necessiti di un intervento tempestivo per ovviare a quell’accusa di carenza già imputata all’Italia soprattutto in ambito comunitario. Il tutto promosso al fine della nascita di una cultura del rispetto per la donna nell’ambito massmediatico e soprattutto in quei settori merceologici che colpiscono giovani in età impressionabile, data l’importanza appurata del fenomeno pubblicitario sull’immaginario comune.

Il risultati finora esposti riguardano la disciplina di quella pubblicità tabellare esterna o a mezzo stampa. In tal proposito bisogna aggiungere che esistono altrettanti tipi di pubblicità, come quella radiotelevisiva o quella che riguarda i nuovi media, che sono altrettanto tacciabili di essere invasi da questa rappresentazione discriminante di violenza sulla donna. Per una trattazione esaustiva della materia che comprenda ogni forma di pubblicità, il lavoro dovrebbe essere ampliato integrando la disciplina del settore radiotelevisivo e di tutti quei nuovi media che caratterizzano il panorama pubblicitario degli ultimi anni e che non godono ancora di una legislazione ben precisa.

__Note Conclusione________

[50] B. Banorri, Artt. 8, 9 e 10, in U. Ruffolo (a cura di), Commentario al codice dell’autodisciplina pubblicitaria, Milano, Giuffrè, 2003